BARBAPRESS/ Occhio ai Glasvegas, eccoli a Roma (Circolo degli Artisti, 11/05)

Si avvia velocemente al sold out la data romana dei Glasvegas, ultimo next big thing dell’indie mondiale. È stato James Allan, frontman dei Glasvegas, a coniare il nome del gruppo, una combinazione post-moderna che evoca il coraggio della classe operaia industriale della sua città natale, Glasgow, e il luccicante mondo di Las Vegas, con la sua seducente facciata glamour, la surreale frenesia non-stop di intrattenimento e gioco d’azzardo. Un nome concepito ancor prima di avere una canzone.

In passato si è vista una Scozia abbastanza incline all’accondiscendenza, tutti cantavano con una vaga inflessione americana. Volevo per la nostra band un nome fiero ed ambizioso”. Certe parole semplicemente sgorgano da sole, senza pensarci.” In effetti i testi e le musiche nascono spontaneamente dalla testa di James Allan per poi passare attraverso la prospettiva travolgente, maestosa ed impenitente dei Glasvegas, una tra le poche band che ancora riescano a creare un filo diretto con il pubblico grazie a un sound, a una sensibilità e a un temperamento del tutto singolari. L’album omonimo di debutto, prodotto da James Allan e Rich Costey (Interpol, Muse, Franz Ferdinand, Mew), ha fatto il suo ingresso al N.2 della classifica UK degli album poco dopo la data di pubblicazione (settembre 2008) e ha fatto esplodere il fenomeno Glasvegas – inteso come band, sonorità, modo di essere – già definiti da New Musical Express “The Greatest New Rock and Roll Band in the World” (da NME del 21 giugno 2008).

La musica non solo ha rappresentato per James Allan (il cui curriculum pre-Glasvegas include un paio d’anni con il sussidio di disoccupazione) lo strumento per dare libera espressione alle idee e alle sonorità che affollavano la sua immaginazione, ma anche la via d’uscita da una realtà operaia che solo raramente offriva concrete prospettive di lavoro. La sorella Denise condiziona il suo primo approccio con la musica, indirizzandolo verso una varietà di stili che spaziano da Madonna a Kate Bush a Bob Marley; la madre lo avvicina invece al pop classico, al soul e al rockabilly di artisti come Roy Orbison e The Righteous Brothers. “Non mi sono mai comperato dei dischi“, ricorda, “Seguivo la musica che ascoltavano gli altri.

Condividendo con il poeta scozzese del 18° secolo Robert Burns (altro caparbio scozzese di umile estrazione e straordinario talento) l’innato amore per i giochi di parole e per le qualità musicali di una frase ben costruita, James inizia i suoi esperimenti poetici all’età di 9 o 10 anni con una poesia che spiegava quanto la scuola fosse raccapricciante. “La reazione positiva dell’insegnante mi è rimasta davvero impressa… Non ero solito ricevere complimenti a scuola, perché ero una vera peste.” Quasi istintivamente James inizia a collegare le sue poesie alle melodie pop che gli ronzano nella testa. “Un ragazzo che frequentava mia sorella le comprò una chitarra” ricorda. “Ho provato a strimpellarla e la sensazione mi è piaciuta. Così ho imparato qualche accordo. Dalle mie parti nessuno suonava la chitarra o cose del genere, quindi quando ho annunciato ai miei che suonavo la chitarra mi sembrava si trattasse di un grande evento…era il mio modo di uscire allo scoperto…e tutti hanno semplicemente esclamato, ‘Ok. Che bello.‘”

Per James, Rab, Paul e Caroline i Glasvegas rappresentano un modo di essere e uno stile di vita. “Andiamo d’accordo e ci vogliamo bene” ammette James. “Proprio perché abbiamo cominciato la nostra avventura come amici le nostre basi sono molto solide e siamo in grado di sopportare notevoli pressioni. Un fatto molto positivo, proprio ciò che desideravo. Posso esprimermi al meglio suonando in una rock & roll band, non potrei dare altrettanto se giocassi a football.” James svela: “La mia canzone preferita di ogni tempo è ‘Be My Baby’… Credo sia quanto di più vicino alla perfezione vi possa essere.” Anche Glasvegas vi si avvicina.

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