BARBAPRESS/ Terremoto L’Aquila: manifestanti, delusi ma non volevamo scontri. Chissà cosa avrebbe pensato Rino Gaetano! [FOTO SCONTRI+VIDEO “FABBRICANDO CASE”]

di Lorenzo Attianese  per ANSA

ROMA, 7 LUG – Un’interminabile giornata in marcia nella Capitale alternando momenti di tensione e disperazione, davanti ai luoghi delle Istituzioni. A più di un anno dal terremoto che ha cambiato per sempre le loro vite, gli aquilani hanno paralizzato Roma manifestando tra le lacrime tutta la propria esasperazione contro «le sedi del potere», ritenute responsabili della loro difficile condizione. «Siamo qui con le nostre famiglie, non siamo criminali. Non ci aspettavamo una tensione tale», hanno detto gli aquilani, amareggiati per i tafferugli avvenuti con le forze dell’Ordine, quando tra piazza Venezia e via del Corso è stato forzato un cordone per raggiungere in corteo, senza essere autorizzati, piazza Montecitorio.

Tra di loro anche alcuni esponenti dei centri sociali romani e dell’Aquila. Quasi tutti gli aquilani sono arrivati nella Capitale con intenzioni pacifiche. «Eravamo spaesati, seguivamo la testa del corteo e non sapevamo neppure dove andare – spiegano diversi manifestanti – ci sono stati distribuiti alcuni itinerari della mobilitazione dove venivano annunciati cortei e presidi davanti alla Camera, a Montecitorio e a piazza Navona. Non sapevamo neppure di non essere autorizzati per quei cortei».

L’Aquila-Roma in poche ore. Poi tutti in strada. E nella Capitale, dopo pochi minuti, il caos. «Ho visto un ragazzo che scappava dietro e mi sono trovata in mezzo agli spintoni della gente che arretrava. Ho pensato di venire travolta. Ho visto anche una colonna macchiata di sangue», ha raccontato una manifestante ricordando il parapiglia che si susseguiva sotto il sole, tra migliaia di persone, urla e slogan. Un clima di tensione che ha prodotto solo incomprensione e qualche ferito. Uno di loro – Vincenzo Benedetti, pizzaiolo dell’Aquila originario di Bari – ha “macchiato” il muro esterno di una banca in via del Corso, lasciando le impronte delle sue mani insanguinate dopo essere stato colpito alla testa. «Al secondo cordone delle forze dell’ordine in via del Corso – ha spiegato Vincenzo con la testa fasciata e la maglietta sporca di sangue – durante alcuni momenti di tensione, sono stato colpito alla testa da quattro manganellate mentre ero di spalle. La mia faccia è diventata in pochi secondi una maschera di sangue. Un medico di Paganica mi ha portato nella vicina banca e mi ha soccorso, ma io ho voluto prima lasciare le impronte del mio sangue su un muro per testimoniare il sangue degli aquilani in questa manifestazione».

I terremotati ne hanno avute per tutti. Dal leader dell’opposizione Pierluigi Bersani al premier. «Berlusconi hai sfruttato il nostro dolore, vieni qui se hai il coraggio», hanno urlato i manifestanti, in via del Plebiscito a qualche metro da Palazzo Grazioli. «Ci sono famiglie che hanno perso il lavoro, sono sistemate negli alberghi e aspettano ancora di avere una casa, molti sono vecchi, stanno morendo – ha spiegato Roberta, una terremotata di 46 anni con tre figli, durante il presidio a piazza Navona – Il consumo di psicofarmaci all’Aquila è aumentato, così come i suicidi. La gente rischia di perdere la speranza». Ma collera e sconforto per gli aquilani sono due facce dello stesso dolore. La marcia di oggi si è conclusa davanti alla sede della Protezione civile, con gli sputi sul simbolo. Dietro i megafoni, nel caos, si nascondevano i volti rigati dalle lacrime e l’assordante tappeto sonoro di uno slogan amaro: «3 e 32, io non ridevo».

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