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BARBAPRESS/ Hanno ammazzato Saviano su Max! “Pornografia da photoshop” di Cesare Martinetti [FOTO MAX + EDITORIALE]

Sembra il Che Guevara nella morgue boliviana. Un eroe. Giovane, perché gli eroi sono giovani. Ma anche morto perché in questo nostro paese gli eroi prima si fabbricano e poi si uccidono. A fin di bene, naturalmente. Per poterli piangere in un limbo inattingibile perché non appaia troppo sproporzionato il loro essere «eroi» e il nostro essere «normali».

C’è qualcosa di ignobile e di pornografico in questa operazione della rivista Max, in genere più avvezza ai modelli di Dolce&Gabbana che agli eroi dell’Italia civile: l’ipocrisia sbattuta in prima pagina. Uccidere Saviano per denunciare chi lo minaccia? Ma va là: le immagini, come le parole, sono pallottole, il pallore cadaverico applicato con il trucco del photoshop sul volto dolente di quel ragazzo rappresentante dell’Italia perbene è una volgare messinscena finalizzata in fin dei conti non a discutere, ma a vendere copie. Pubblicità, sulla pelle di una persona che la pelle se la gioca davvero.

Ma Roberto Saviano è anche vittima di un paese che non sa fare i conti con la misura. Non è un santo, non è un profeta. È un ragazzo che ha appena 30 anni e ha scritto un libro che disvela la malattia italiana, a cominciare dall’idolatria per chi l’ha scritto. Ma non è il papa straniero che deve salvare l’Italia da Berlusconi. Forse non è neanche di sinistra, può apparire anche ambiguo e per questo infastidire, ma è vero. E soprattutto vivo.

di Cesare Martinetti per “La Stampa” del 23/06/2010

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BARBAPRESS/ Che fine ha fatto l’estate? “Quando l’estate diventa virtuale” di Luca Mercalli [EDITORIALE]

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Al Bar Sport e da Livia Coiffeur non si parla d’altro: che fine ha fatto l’estate? Sarà colpa delle ceneri del vulcano islandese? I climatologi rispondono che si è trattata di un’eruzione di piccola taglia che non ha raggiunto la stratosfera e quindi difficilmente può modificare il clima in modo vistoso.

Sarà la corrente del Golfo che si è fermata? No, per ora è accaduto solo nei film di Hollywood, e anzi quest’anno è proprio l’Atlantico settentrionale a soffrire il caldo, con il ghiaccio di banchisa ai minimi termini. Saranno misteriosi esperimenti militari americani? Mah, almeno finché c’era il muro si poteva anche pensare che fossero sovietici, oggi non c’è più gusto nemmeno a sognar complotti. Il fatto è che pur vivendo nell’epoca dove più di sempre abbiamo avuto a disposizione tanti dati scientifici precisi e tanti modi per diffonderli, non siamo capaci di comprenderli e gestirli, siamo frastornati da migliaia di informazioni che si sovrappongono, si elidono, si annichilano, e ciò che ne rimane è solo la sensazione a pelle dell’immediato e mai la riflessione di testa ad onda lunga. Oggi fa caldo, colpa dell’effetto serra, domani fa freddo, ci avviamo verso l’era glaciale.

Così a proposito di questi giorni di giugno effettivamente freschi e piovosi, parliamo d’estate quando la stagione è appena cominciata e tutto luglio e agosto potrebbero ancora ribaltare la situazione facendoci rimpiangere la frescura. Sentenziamo su una settimana di nubifragidimenticando che i primi dieci giorni del mese ci lamentavamo già per l’afa insopportabile con i condizionatori a manetta per via di quattro gradi oltre la media stagionale, tanto anomali quanto il freddo di oggi. Gridiamo all’eccezionalità senza nemmeno ricordare il tempo del mese scorso e men che meno quello di dieci anni fa.

Fortuna che ci sono i computer: il 1992 fu al Nord Italia un pessimo giugno, freddo e piovoso, il 19 giugno del 1983 cadeva sulle Alpi occidentali quasi un metro di neve, il 15 giugno 1957 da Cuneo alla Val d’Aosta una delle peggiori alluvioni della storia devastava le vallate, il 23 giugno del 1940 gli alpini impegnati con le divise estive nell’attacco alla Francia sulle giogaie della Val di Susa avvolte dalla tormenta, piangevano mani e piedi congelati.

È certamente giusto sorprendersi di questa variabilità così accentuata – mancano alla corrente stagione gradualità e continuità – ma nubifragi, grandine e ritorni di freddo in giugno non sono una novità, tant’è che appena in Svizzera questi fenomeni vanno tradizionalmente sotto il nome di «freddo delle pecore», l’ultimo caso è dietro l’angolo, metà giugno 2008, quando anche a Torino e Milano il termometro toccò 13 gradi, come ieri. Piuttosto non sarà che ci stiamo sempre più abituando a stagioni virtuali? L’estate deve essere bella e calda perché lo dice la pubblicità, e quando quella reale non coincide con questo modello, allora andiamo in crisi. E poi negli ultimi dieci anni il riscaldamento globale ha fatto diventare molti mesi di giugno caldi come luglio: dal 2003 al 2006 e poi ancora nel 2009. Hanno fatto in fretta a diventare norma anche se sono l’eccezione.

di Luca Mercalli per “La Stampa” del 21/06/2010

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BARBAPRESS/ Sudafrica 2010. L’Italia di Lippi, “mediocrità azzurra specchio del Paese” di Massimo Gramellini [EDITORIALE]

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Fra coloro che ieri davanti alla tv imputavano a Marcello Lippi di aver assemblato la sua mestissima Nazionale privilegiando i sudditi ai condottieri c’erano molti italiani che nella vita di tutti i giorni purtroppo si comportano allo stesso modo.

Dirigenti d’azienda, titolari di negozi e responsabili di «risorse umane» che sul lavoro privilegiano la fedeltà al talento, l’affidabilità all’estro e il passo del pedone alla mossa del cavallo. Intervistati, risponderebbero anche loro come Lippi: «Non abbiamo lasciato a casa nessun fenomeno». Ma è una bugia autoassolutoria che accomuna quasi tutti coloro che in Italia gestiscono uno spicchio di potere e lo usano per segare qualsiasi albero possa fargli ombra: è così rassicurante passeggiare splendidi e solitari in mezzo ai cespugli, lodandone l’ordine perfetto e la silente graziosità.

L’abbattimento di ogni personalità dissonante viene chiamato «spirito di squadra». Ma è zerbinocrazia. Tutti proni al servizio del capo, è così che si vince. Eppure la storia insegna che il capo viene tradito dai mediocri, mai dai talenti. I quali sono più difficili da gestire, ma se motivati nel modo giusto, metteranno a disposizione del leader la propria energia. La Nazionale di Lippi assomiglia alla Nazione non perché è vecchia, ma perché privilegia, appunto, i mediocri.

Averli avuti ieri in panchina, certi vecchi! Contro i goffi neozelandesi sarebbe servito più un quarto d’ora di Totti o di Del Piero che una vita intera di Iaquinta, Pepe e Di Natale, tre bravi figli che, con tutto il rispetto, se hanno giocato anni e anni nell’Udinese, una ragione ci dovrà pur essere. I pochi campioni veri, da Buffon a Pirlo, sono zoppi. Oppure vecchie glorie che si rifiutano di andare in pensione, come l’imbarazzante Cannavaro che ha più o meno l’età di Altafini e forse avrebbe fatto meglio a presentarsi in Sudafrica anche lui nelle vesti di commentatore.

C’è, naturalmente, anche la questione dei giovani. La follia antistorica di questa Nazionale e di questa Nazione non consiste tanto nel continuare a lasciar fuori i Cassano, ma i Balotelli. Non i talenti troppo a lungo incompresi o compresi solo a metà, ma quelli ancora acerbi che chiedono solo un’occasione per sfondare e, non ricevendola, spesso emigrano in cerca di fortuna. Balotelli è il loro simbolo e non solo per via del colore della pelle, che ne fa l’italiano di domani. Lo è perché a vent’anni ha già vinto Champions e scudetti, e ha un fisico e un talento che ne fanno un predestinato, imparagonabile agli smunti replicanti dell’attacco azzurro. Eppure per lui non si è trovato un posto neppure nel retrobottega. Mi rifiuto di credere che un capufficio dell’esperienza di Lippi non sappia riconoscere la differenza fra un fuoriclasse potenziale come Balotelli e i bravi mestieranti che si è portato appresso. Ma il successo rende sordi al buonsenso. Ci si illude di poter vincere meglio da soli, muovendo pedine inerti sulla scacchiera. Poi quelle pedine si rivelano di burro e alla fine ci si ritrova soli, con un po’ di unto fra le dita.

di Massimo Gramellini per “La Stampa” del 21/6/2010

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BARBAPRESS/ “Sciacalli e cani” per il Buongiorno di Gramellini

Una Mitsubishi bianca si aggirava ieri per le strade di Sora, lindo comune ciociaro che plebiscitò Andreotti per mezzo secolo, invitando col megafono la popolazione a lasciare le case in previsione di una scossa imminente. Fra i tanti episodi di sciacallaggio che ogni tragedia trascina con sé, questo mi ha colpito per la sua gratuità. In fondo, il tizio che su Facebook ha suggerito di versare gli aiuti sul proprio conto corrente, spacciandolo per quello della Protezione Civile, era animato da una deprecabile ma diffusa volontà di speculare sui sentimenti del prossimo. Anche gli zingari che si sono mescolati agli sfollati negli alberghi del litorale agivano sulla spinta di un interesse pratico.

E il Telegiornale che ha sciorinato i dati di ascolto – come se aumentare o strappare alla concorrenza gli spettatori sulla scia di una tragedia fosse un merito professionale da sbandierare – sacrificava il buon gusto sull’altare di quel Dio Auditel con il quale è costretto a misurarsi chiunque faccia televisione. Ma quale necessità può avere spinto un gruppo di persone a salire su una jeep per seminare il panico fra i concittadini? Definirli nichilisti sarebbe fuorviante. Cattivi, un complimento. Sono vili. Così spaventati dalla morte vista in tv da doverla subito esorcizzare con un gesto assolutamente stupido e crudele. 

Nessuno pretende che imitino gli umani di cui in queste ore vediamo brillare la solidarietà. Basterebbe che prendessero esempio dai cani che si aggirano fra le macerie in cerca dei padroni: senza paura di morire, ma con negli occhi il terrore di non poter amare più. 

di Massimo Gramellini per “La Stampa” dell’8/4/2009

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